Giuseppe Cavallini e l’ambiguità della dissacrazione
(da una recensione di A.B.Del Guercio)
La presenza critica di Francesco Arcangeli e di Renato Barilli dedicata all’opera di Giuseppe Cavallini e lo scorrere della documentazione relativa ad una serie di terrecotte cronologicamente scandite tra il 1990 e il 1997 mi suggerisce contradditorie riflessioni e memorie contrastanti.
La galleria “archeologica” che ci viene presentata dallo scultore bolognese appare in particolar modo scioccante in quanto costruita sul rapporto tra l’introduzione dei valori di memoria colta,rappresentato dai soggetti,e l’approccio espressivo condotto da Cavallini lungo un percorso in cui interagiscono l’ironia e la volgarità.
Ed è soprattutto la volgarità la dominante attiva di questo ciclo di sculture in terracotta,in quanto strumento straordinariamente diretto e testimone franco dell’effettivo valore di quel processo culturale che possiamo definire della “citazione”.
Questi primi dati che rappresentano la particolarità del percorso espressivo di Cavallini,si collocano all’interno della storia dell’arte contemporanea ma sono anche frequentemente riconoscibili all’interno del processo storico artistico;se complessa è la storia di quell’avventura espressiva che in ogni tempo ha fatto della “citazione” congiunta tra soggetto e forma la propria area d’indagine,assai interessanti per l’articolazione delle soluzioni appaiono quegli autori che hanno caratterizzato con coscienza critica,sia dichiarante che mimetizzata,le procedure di revisione di quel patrimonio ereditato solo attraverso una forma vuota rispetto alle origini.
All’interno di quel patrimonio artistico che raccoglie le testimonianze espressive che hanno affrontato la “memoria colta” dell’arte non si presentano solo soluzioni caratterizzate da una carica di revisione trasgressiva e di denuncia del vuoto iconografico e culturale,ma anche scelte linguistico-visive impostate attraverso segrete ironie,nascoste compiacenze e quelle adesioni formali che tendono in epoca moderna ad individuare nella maturazione del valore concettuale del processo artistico anche il dato dell’ambiguità e del tradimento.
All’interno di quest’ultima area a cui si riconoscono origini già nelle presunte frivolezze del ‘700 e maturità nelle oscurità dell’800,è possibile collegare un patrimonio che risponde in epoca moderna e contemporanea,attraverso De Chirico e Dalì e da questi a Warhol, alla necessità di agire con il terreno diffuso del “falso” e dell’ambiguo,del piacere e del compiacere anche attraverso una convivenza con il kitsch;un complesso di idee,quindi,che rispondono con chiara nozione ad un cattivo gusto che in realtà è il risultato di un approccio espressivo al “territorio” della citazione.
E’ all’interno di questo clima che nei nostri giorni appare diffuso senza spiccati valori e dilagante nelle sue forme più deboli,che si deve riconoscere il lavoro di Cavallini e le sue terrecotte e i bronzi.
Se si prende inizialmente in esame la sola sequenza delle “basi” non dovrebbe sfuggire una casistica formale fortemente caratterizzata attraverso strutture che agiscono con forza sui valori di memoria,che rivelano la specifica centralità del monumento,che sostengono “il racconto” attraverso frequenti dati didascalici.
L’insistita presenza del soggetto,il corpo dell’uomo e della donna,risulta subito affrontato dallo scultore con chiari atti,con una volontà espressiva che dichiara e non svela;Cavallini segue soluzioni formali che accentuano l’atto manifesto della nudità,di un corpo,sia maschile sia femminile,che si offre attraverso l’accentuazione di pose scomposte,ma anche l’espressione dei volti e mirati particolari specifici sottolineano.
Un paesaggio umano quello di Cavallini composto da odalische e centauri,da Venere e Achille,da eroi della stagione classica ma che la volgarità riconduce incisivamente al nostro presente con una manifesta corrispondenza con la cultura televisiva.
Il dato del gioco e dell’ironia appare evidente nell’azione espressiva di Cavallini ed in una particolare corrispondenza con un gusto ancora tanto diffuso che in queste sculture potrebbe comunque anche riconoscersi ed attribuirgli quel controvalore che l’artista ha manipolato con scelta dissacratoria.
Milano nov.1997
A. Del Guercio
Antonio Del Guercio (Parigi, 9 maggio 1923 – Roma, 8 aprile 2018) è stato uno storico dell'arte e critico d'arte italiano specializzato nell'arte moderna e contemporanea.
La sua carriera universitaria ebbe inizio nel 1963 con la cattedra di Storia dell'Arte e la direzione della Galleria dell'Accademia Albertina di Torino, e proseguì nell'Università di Lecce e poi nell'Università di Firenze dove fu ordinario di Storia dell'Arte contemporanea. Fu visiting professor in diverse Università in Francia e in Canada.
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